No al nucleare

Con un’esplosione sentita a 40 chilometri di distanza il reattore numero 3 della centrale nucleare di Fukushima Daiichi ha mostrato ieri al mondo che si è solo all’inizio della contabilità dei danni e delle conseguenze del mostruoso terremoto giapponese di venerdì scorso. Il premier Naoto Kan ha dichiarato che è la più grave crisi del paese dalla fine della seconda guerra mondiale e di fatto il valore simbolico del terremoto e dell’incombente disastro nucleare sembra sopravanzare anche l’enormità della tragedia attuale.

La centrale viene innaffiata con acqua di mare, un’estrema risorsa per cercare di raffreddare il nucleo atomico incandescente. I morti potrebbero essere decine di migliaia, mezzo milione di persone sono state evacuate per timore di contaminazioni nucleari e circa due milioni sono senz’acqua o elettricità.
I terremoti in Asia sono eventi politici oltre che fisici. Quello del 1976 in Cina segnalò la fine dell’era di Mao, quello del 1923 in Giappone accompagnò la nascita del nazionalismo nipponico. Ora l’esplosione del reattore di Fukushima ha messo in crisi praticamente l’unica fonte di energia giapponese che non dipende dalle importazioni (circa il 30% del fabbisogno energetico nipponico viene dall’atomo) e ha riportato l’incubo nucleare nell’unico paese già vittima di un bombardamento atomico. Il disastro ha già avuto un impatto immediato sulle scelte del nucleare nel mondo: la Germania ha deciso di chiudere i siti più vecchi, la Svizzera ha fermato le autorizzazioni a nuovi reattori e altri paesi stanno preparando misure analoghe.

La Borsa di Tokyo è crollata del 6,18%, la Banca centrale ha immesso 131 miliardi di euro nei mercati per stabilizzare il sistema finanziario. Il ministero del Tesoro ha fatto sapere che si prospettano nuove tasse, mentre il paese ha già un debito pubblico di oltre il 200% del prodotto interno lordo, anche se quasi tutto in mani giapponesi.
Tutto ciò arriva pochi mesi dopo che ufficialmente l’economia cinese ha sorpassato quella giapponese per la prima volta in oltre cento anni di storia.
Questo terremoto ha colpito infatti dopo oltre due decenni di stagnazione o semi stagnazione di un paese che alla fine degli anni 80 vantava un Pil pari a circa due terzi di quello americano, e molte volte più grande di quello cinese. Vent’anni dopo il Pil giapponese è circa un terzo di quello americano: in meno di una generazione l’economia di Tokyo si è dimezzata in proporzione a quella degli Usa e non riesce a tenere il passo con la Cina. Così oggi forse più che mai l’arcipelago è schiacciato tra due grandi giganti, a ovest la Cina e a est l’America.

Non è chiaro se la scossa potrà accelerare le riforme interne necessarie per rimettere il paese al passo con i tempi. Per uscire da questa morsa geopolitica Tokyo stava negoziando da mesi l’adesione alla Trans Pacific Partnership (Tpp), un’organizzazione di libero scambio tra Singapore, Nuova Zelanda, Australia, Cile, Perù, Malaysia, Vietnam, Brunei e Stati Uniti.
L’accordo cambierebbe radicalmente la struttura sociale e politica del paese aprendolo davvero alle importazioni di prodotti agricoli. La cosa distruggerebbe il tessuto economico e sociale delle campagne. Qui l’agricoltura riceveva generosi sussidi in cambio del sostegno elettorale. Le circoscrizioni elettorali nipponiche sono geografiche e non rispettano la densità della popolazione. In media il voto di un contadino conta alle elezioni quasi quanto due voti di un abitante di città. I voti nelle campagne vanno ai partiti più conservatori.

L’adesione alla partnership commerciale con l’area del Pacifico, quindi, stroncherebbe il potere politico e economico dei contadini e cambierebbe molti equilibri a Tokyo. Finora l’opposizione interna all’accordo era molto forte, non è chiaro se il disastro attuale aiuterà il paese a rompere gli indugi o viceversa aggiungerà un senso di fatalismo.
In Cina un terremoto di entità simile, quello di Wenquan nel 2008 dove ci furono quasi 100mila tra morti e dispersi, è stato quasi una sferzata di energia per la nazione. I soccorsi per il sisma e i piani di ricostruzione hanno portato lo sviluppo in una zona interna e molto popolata del paese. Ma i cinesi pensano di essere sulla cresta dell’onda, mentre il sentimento comune a Tokyo in questi anni è stato diverso.
15 marzo 2011

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