UN PROGETTO CHIAMATO UTOPIA

Ci siamo. Non c’è più petrolio, non abbastanza. La rete elettrica è collassata, troppa siccità. Il forno non va, il frigorifero nemmeno, figurarsi la lavatrice. Accendi la candela, taglia la legna, e non buttare via l’acqua nella tinozza. Pure sporca, servirà. La pipì da una parte, serve ad irrigare. Il resto da un’altra parte serve a concimare. Forza, correre sbrigarsi. Ci siamo: nel futuro marcio, nel domani tragico, nel tempo impazzito. Siccità e uragani, caldo e tsunami. Ad Utopia, siamo in anticipo, è gia emergenza globo.

Questo è un paesaggio che ispira tragedie: a Inverness, nelle Highlands, nord della Scozia, vento, brume e fili d’erba, Shakespeare ambientò Macbeth, nel castello di Cawdor. Forse capre e pecore sono indigeste e fanno dormire male. Sempre qui, per i turisti, c’è il mostro di Loch Ness, che ogni tanto riaffiora dal grigio dell’acqua. Macbeth aveva visioni e le streghe sempre tra i piedi, anche quelli Utopia non scherzano. Il mondo è a pezzi, è da pazzi non vederlo. Ma invece di frignare per il paradiso perduto, meglio attrezzarsi all’inferno ricorrente. Non piangete, organizzatevi, lo diceva anche Johon Reed. Utopia non è un sogno, ma un esperimento a termine, un reality senza tv. Ha data d’inizio e di scadenza: marzo 2007 – settembre 2008. Diciotto mesi per sopravvivere allo sconvolgimento del mondo. Nulla di religioso, di new-age, non una setta, ma una comunità laica, senza precedenti penali, che legge Huxley Orwell e s’industria a non morire di caldo, di fame, di sete. Ce ne sono circa duecento in Gran Bretagna.

Questa è la sola che si autodistruggerà alla fine del suo mandato. E’ possibile per l’uomo moderno fare a meno dell’eccesso di progresso? E’ così difficile provare ad essere autosufficienti in un diverso equilibrio con la natura? La zona si chiama Black Isle, isola nera, perché la terra è grassa e scura e perché qui non nevica. Il posto, Culbokie, è pieno di fattorie. Molti animali, pochi uomini, un vento inquieto e nomi gutturali che danno al wisky il sapore di legni e sogni antichi. Molte comunità vengono qui per riflettere sui guasti della civiltà e per rimetter in moto qualcosa, se quel qualcosa c’è ancora. La Findhorn Foundation è da queste parti, è una residenza lussuosa per anime in pena. Utopia non ha scritte, né cartelli, è un rudere in campagna, accanto al fiume. Un ettaro di terra a disposizione, un paio di tende montate secondo lo stile mongolo, quattro galline, quattro maiali, un orto rudimentale, un ruscello, due pannelli solari. E’ un’officina centrale, anzi una baracca, con cucina.

Un accampamento da rifugiati, da boy-scout disgraziati, non bio-architettura da rivista specializzata. Il senso è questo: nei prossimi vent’anni dovremo ridurre comodità e consumi, non ci sarà abbastanza energia, gas, petrolio, per tutto e per tutti. Quindi meglio darsi da fare, imparare a fare senza o in un altro modo. “Apocalypse now” ha titolato il times. Utopia ha diviso i mesi in anni: aprile è il 2007, maggio il 2008, giugno il 2009: Così in tempo reale si vedono disastri e capacità di reazione. Utopia accetta tutti, non bisogna pagare, ma più di tre mesi non si può stare. Non è una tribù hippy, peace and love da un’altra parte, qui si lavora, si cucina, si lava. Bisogna saper fare qualcosa e insegnarla agli altri. Turni e programma stanno scritti su una lavagnetta: portare fuori le galline, procurarsi acqua, pulire i piatti, fare il pane, tagliare la legna, riportare nel recinto le galline. L’idea del progetto è venuta al professore Dylan Evans, quarantuno anni, piercing sul capezzolo sinistro, autore di sei libri (quasi tutti sulla psicoterapia), ricercatore sull’evoluzione della robotica, ex insegnante di filosofia al King’s college di Londra.

Non un invasato, non un asceta, sposato, una bambina, ma neppure un burlone ottimista. “Continuiamo a fare finta di niente, a comprare macchine e gadget elettrici, ma ci sono segni di una recessione. Nel 2008 il prezzo del petrolio salirà, non tutti se lo potranno permettere, l’Arabia Saudita non incrementerà la produzione. Aumenterà anche il costo dell’elettricità, tanti elettrodomestici diventeranno oggetto di lusso, i trasporti rallenteranno. Siamo una società debole, chi rifornirà di merci i supermercati se manca la benzina? Nel 2010 per la crisi molti negozi chiuderanno, il numero dei disoccupati sarà enorme, senza parlare dei conflitti sociali, della rabbia dei poveri, del terrorismo che sempre si alimenta in queste situazioni. Nel 2012 basterà un forte uragano a New York e un terremoto a Tokyo per distruggere Borsa e sistema assicurativo, il dollaro perderà metà del suo valore, sarà un crollo come quello del ’29, i soldi non varranno più niente, molta gente morirà, altra perderà la casa, i supermercati avranno scorte solo per tre giorni. Verrà schierato l’esercito, ci saranno saccheggi, inizierà una migrazione verso la campagna.

A quel punto bisognerà essere capaci di riadattarsi all’ambiente, ma come se nessuno è più capace di fare nulla?”. Detta così pare la sceneggiatura di film già visti. Anche se ad Utopia non c’è tv. “Oggi le galline hanno fatto quattro uova” annuncia Agric. E’ l’uomo dei semi, l’agronomo. Ma prima di travestirsi da Harry Potter di campagna si occupava di computer.Gira con una scatola di bustine, è gallese, vive del Berkshire, dove ha un orto che gli dà soddisfazioni, grazie ai consigli del padre. Campa scommettendo sulla Borsa. Agric Hagron, cinquatatrè anni, intende coltivare trenta diversi tipi di patate. Ha già piantato cipolle, cavolfiori, piselli, carote, lattughe. “ora proverò con more e ciliegie selvatiche. Fa troppo freddo per le noccioline di arachidi e temo anche per i girasoli. Niente vigna, ma la birra sono riuscito a farla o almeno è qualcosa che può assomigliare. A luglio saremo autosufficienti. Servirebbe anche una mucca, ma non abbiamo abbastanza terra. Il problema dell’orto è che non so regolarmi con la quantità”. Il pane l’ha fatto lui, nel forno a legna. Mollicoso, nero, un po’ crudo, ma buono. Oggi tocca a un altro. In cucina c’è un tavolo collettivo, ognuno mangia quando gli pare. Si va avanti a uova e mostarda.

La dispensa è piena di pasta, marmellate, salse. Siamo ancora nell’anno in cui si può ricorrere ai prodotti esterni, i supermercati non sono ancora stati attaccati dalla folla inferocita. A Utopia nessuno sembra avere fretta. Ci si siede attorno al tavolo o fuori dalla baracca e si discute del prezzo del petrolio al barile, dell’economia americana, della rivoluzione cubana che ha subito prima l’embargo statunitense e poi il cessato rifornimento sovietico, in una specie di circolo di Bloomsburry rurale, non c’è Virginia Woolf e nemmeno Lyton Strachey, il servizio da tè è rimediato, si beve nelle tazze senza risciacquare, con Agric che ricorda di bagnare i fagioli nell’acqua e vi sgrida se buttate via anche solo un pezzo di carta. “Può sempre servire”. I secchi sono quattro, per la raccolta differenziata. Le tinozze due, in una ci si lava, nell’altra il bucato, ma l’acqua è la stessa. Lo stesso Dylan è preoccupato, ammette che le cose vanno un po’ a rilento. Le tende che in mongolia chiamano gher, uno scheletro di tronchi di betulla ricoperto da feltro e pelli, qui sono in tessuto sintetico.

I mongoli le montano in tre ore a Utopia ci hanno messo tre giorni e ogni tanto qualcuno urla che bisogna correre a sistemarle perché il vento rischia di farle crollare. E’ volata via anche la latrina, talvolta da una folata, nessuno aveva pensato a inchiodare le assi o a rinforzarle con dei mattoni. Dentro la tenda puzza di sudore, aria stantia, una vecchia stufa in ceramica, due materassi. Agric fuma e pure gli altri. “Niente da fare, il tabacco qui non cresce, il caffè nemmeno e per il tè ci vogliono sette anni”. Angus, quarant’anni, ha lavorato come stage manager con Tina Turner e Bon Jovi, ha vissuto un po’ di anni in Messico, in Guatemala e Germania forse per via di un passato burrascoso. “Stavo in una comune a Palenque, andava tutto bene, fino a quando non siamo stati invasi da una setta di hippy. Giravano nudi, scroccavano il cibo, si drogavano troppo. Nessuno che sapesse piantare un chiodo”. Angus ce l’ha con il consumismo, ha braccia forti, è abituato ad andare in tour con i gruppi rock, a montare e smontare palchi. “La globalizzazione è bella, ma se ti staccano la presa e il serbatoio è vuoto che fai?”. Vai a piedi e cammini. “E magari bestemmi, però Dio non c’entra, la follia è dell’uomo. L’individualismo si è trasformato in egoismo, il battipanni in aspirapolvere. Ma il primo non aveva bisogno di corrente”. Bernard Genge, è un uomo pacato, ha quarantacinque anni, lavora per le ferrovie inglesi, si occupa di gestione del personale, ha appena finito di scrivere un libro Le dieci azioni che cambiano la tua vita. Non è un’estremista. “Credo che ci possa essere una via di mezzo tra una società sprecona e un’ autarchia. Lo slogan di avere sempre di più ha smesso di funzionare. Le risorse cominciano a scarseggiare. Utopia è una delle tante comunità nate da un malessere reale. Un giorno ti svegli nel letto, prepari la colazione, leggi il giornale. Alluvioni e temperature esagerate.

Cerchi di guardare avanti, ma non vedi futuro. E’ gennaio crepi di caldo, hai sensazioni strane, non ti va di uscire, senti che c’è qualcosa di sbagliato, ti fai una doccia, guardi l’acqua e ti chiedi: e se non scorresse più? Io ho visto molte comunità e quello che mi interessa è trovare un modello esportabile, dove il sapere fare non sia arroganza, ma bene da dividere, imitare e replicare nella collettività”. Va bene, ma i maiali chi li uccide e chi li farà a fettine, visto che Utopia non è vegetariana? “Chiameremo qualcuno”, dice Dylan. L’unico a non mangiare carne è Dave Allison, quarantacinque anni, divorziato, di Glasgow, fotografo di matrimoni e di altro, una barca sul fiume e una nuova compagna in una fattoria vicina. Ha una bella faccia solcata da rughe e suda e fuma, pare un bisonte disorientato: “La terra stanca da bestia”. L’aveva già detto con più eleganza Pavese.L’officina è piena di vecchi attrezzi regalati dalle fattorie vicine. Sul giornale locale è stato lanciato un appello: se avete arnesi in disuso, portateli, saranno ben accolti. Così è arrivata una scatola di ferro arrugginita che serve ad affumicare la carne. Agric è sorpreso:”Credevo che la gente di qui ci avrebbe preso per una combriccola di pazzi, invece ci guardano con simpatia, ci prestano attrezzi”. Magari è solo umana pietà per il campeggio di una banda di incapaci volenterosi. Il progetto va a rilento, però a successo di gente, ne arriva di ogni nazionalità. Chi non lavora non è accettato. Però non c’è l’arroganza dei mongoli che appena ti incontrano ti chiedono se sai camminare, cavalcare e sgozzare una pecora. E se rispondi sì solo alle prime due domande ti guardano con aria di commiserazione e disprezzo. A Utopia sono più generosi, forse per questo l’esperimento non fila veloce. C’è ancora da sistemare la parte idrica, per adesso niente doccia, e da costruire delle latrine che utilizzino separatamente feci e urine.

Come scrisse Oriana Fallaci in un reportage durante la guerra del Vietnam: “Capii che i vietcong avrebbero vinto quando li vidi fare pipì e defecare in due posti diversi”. La terra vuole attenzione, non sgarbi. Però ci fosse l’Apocalisse oggi, questa comunità non sarebbe in grado di mantenersi e di fornire in fretta una piccola alternativa. Anche se la piccola libreria in cucina è piena di manuali sulla sussistenza, su come migliorare il lavoro domestico, allevare le api, scegliere le verdure giuste, piantare alberi da frutta, ma c’è anche Eric Hobsbawn e il suo Age of extremis. Anche se Dylan vi farà mettere le mani a un telaio di lana grezza, per imparare a fare coperte e abiti abbastanza disgustosi. Utopia può essere derisa. In fondo in molte campagne si vive ancora con antica saggezza, cercando di non ricorrere ad apporti esterni, si svitano le lampadine per non consumare, si lavano piatti e panni a forza di gomito, si fa la vita dell’asino, senza darsi tante arie di essere un esperimento. Utopia non è una risposta, ma una reazione. Scombinata, naif, imponente. Però come dicono Dylan, Agric, Angus, Bernard, Dave: “La gente comincia a chiedersi se un’altra organizzazione quotidiana e sociale è possibile. E’ più consapevole. Capisce che i consumi vanno cambiati, anche se a volte non è piacevole. E che è meglio tornare ad avere un po’ di capacità manuale. Le cose rotte si possono riparare e riutilizzare”. È sera. Se sei in Italia ti tocca il mestolo in cucina. “Magari una pasta fatta a mano, sarebbe possibile?”. Utopia meglio l’ascia e i tronchi da tagliare.

Ad oltre trent’anni di distanza i conti riveduti e corretti portano sempre al collasso della società se non si cambia rotta in tempo Jared Diamond ha sviluppato il tema su base storica in Collasso, mostra come è piuttosto comune che nel passato alcune civiltà abbiano ignorato i segni di cambiamento e si siano estinte.

Oggi viviamo in un villaggio globale e uno scacco coinvolgerebbe tutti. Sui cambiamenti del clima basta concedere un po’ di attenzione ai rapporti dell’Ipcc, che è un’Agenzia delle Nazioni Unite, non un covo di no-global; sulla crisi del petrolio basta guardarsi il film svizzero A crude awakening (oilcrashmovie.com) o visitare il sito di Aspo, l’associazione per lo studio del picco del petrolio (peakoil.net) che ha pure una sezione italiana.Insomma, un problema lo si inizia a risolvere considerandolo. Lo si studia, lo si affronta e ci si prepara psicologicamente.

Di fronte alle crisi energetiche, economiche e ambientali che stiamo attraversando, l’unico modo di guardare al futuro è volgere uno sguardo consapevole al nostro passato.

Emanuela Audisio

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