ISOLA DI IMMONDIZIA NEL PACIFICO

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Nella prima immagine sopra c’è la simulazione del vortice dell’isola di plastica che galleggia nel Pacifico, mentre nella foto sotto, c’è una delle tante vittime dei rifiuti galleggianti, rimasta intrappolata in un cerchio di plastica e cresciuta in modo anomalo.

Le bottiglie, le borse, siringhe e quant’altro, sono soltanto alcuni degli oggetti di plastica, “materiale non biodegradabile” che galleggiano su una vasta area della superficie nel Nord del Pacifico, tra Stati Uniti e Giappone, alcuni hanno battezzato questa l’isola, zuppa di immondizia.

Le foto risalgono al 2009, come se non fosse stato abbastanza a distanza di due anni la situazione è peggiorata con l’evento di Fukushima, e la fuoriuscita di materiale radioattivo. Lo studio da parte dei ricercatori, (capire che l’oceano è diventato un immenso immondezaio?) sembra sia stato fatto per “verificare come” questo sfacelo ambientale abbia  influenzato la vita marina.

Si stima che l’isola di rifiuti abbia una superficie di circa 1,4 milioni di km2, (che equivale alla metà della superficie del continente argentino) e che contenga più di sei tonnellate di plastica, composta anche da milioni di particelle microscopiche, alcune della grandezza di un granello di sabbia.

Lo studio Kaisei è stato portato avanti da alcuni scienziati, ecologisti, amanti degli oceani, appassionati di sport marini, che si sono riuniti per studiare i rifiuti e trovare un modo per recuperarli, trattarli e valutare la possibilità di riutilizzarli sottoforma di combustibile. In questa spedizione prima di tutto sarebbe stata analizzata l’immondizia e in seguito deciso il modo migliore di intervenire, avrebbe dichiarato il leader del progetto, Doug Woodring.

Woodring ha aggiunto che il problema principale è che l’isola si trova in acque internazionali. Nessuno passa da lì, non fa parte delle principali rotte commerciali, non è sotto nessuna giurisdizione e la gente non sa della sua esistenza, ha spiegato lo scienziato.

Pensate che la grande massa di residui è stata scoperta già, “oltre dieci anni fa” dall’oceanografo Charles Moore, che percorrendo quella rotta si trovò di fronte all’insolito e sgradevole paesaggio.

Il New Horizon avrebbe preso campioni delle acque oceaniche, anche a grande profondità, e confrontati con i campioni d’acqua prelevati tra i rifiuti.
Il principale problema dei residui plastici è che non si degradano come i materiali naturali. Per esempio, una bottiglia di plastica buttata in mare si trasforma in pezzettini minuscoli sotto l’azione del sole e delle correnti marine, ma rimangono sempre pezzettini di plastica, la sua costituzione basica rimane inalterata. Altri oggetti più grandi come, resti di utensili, tappi e imballaggi, rimangono inalterati per secoli.


Molti di questi rifiuti vengono trasportati dalle correnti oceaniche fino una zona del Nord del Pacifico dove le acque girano lentamente in senso orario. I venti sono scarsi e non esistono isole dove i pezzi di immondizia più grandi possano incagliarsi. Per questo motivo una gigantesca massa di plastica sta galleggiando come un’isola di immondizia in una estesa regione, conosciuta con il nome “vortex del Pacifico”, più precisamente “garbage patch” immondezzaio.

La densità dei resti galleggianti aumenta drammaticamente anno dopo anno. Per ogni cinque km di plancton si trova un kg di rifiuti plastici. Molti uccelli marini e pesci muoiono inghiottendo i rifiuti plastici come, tappi di bottiglia, pezzi di accendini. Si stima che ogni anno, oltre un milione di uccelli e centomila mammiferi e tartarughe marine muoiono per ingestione di resti di plastica buttati nell’oceano. Certamente, non tutta la plastica galleggia, circa il 70% dei residui plastici finisce per contaminare i fondali marini.

La plastica agisce come una specie di spugna chimica, che concentra la maggior parte dei contaminanti tossici negli oceani, gli animali che ingeriscono questi materiali contaminati li trasferiscono lungo la catena alimentare, con tutte le conseguenze che comporta.

Il capitano Charles Moore è stato il primo a scoprire questo fenomeno e studiarlo nel 1997.

Da allora si sono succedute numerose spedizioni scientifiche con destinazione discarica nel Nord del Pacifico.

Dal settembre 2007, la nave di investigazione oceanografica Alguita è presente nella regione per studiare l’aumento della densità dei residui e le loro conseguenze sull’ ecosistema.

IL FIUME PIÙ SPORCO DEL MONDO

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Le Leimmagini che vedete di sopra parlano da sole e il lettore fará la sua personalissima riflessione.

Non so cosa proverete vedendo le immagini allegate, si sente impotenza e tristezza nel vedere come il nostro pianeta si sta deteriorando e sta cadendo a pezzi a causa delle nostre azioni.

Questo è il fiume Citarum, a ovest dell’isola di Java, in Indonesia.
Ironicamente questo fiume, in tempi migliori, era utilizzato per la pesca e l’irrigazione, ma a causa delle fabbriche che sono sorte sul posto, il fiume è diventato un’enorme discarica. Le persone del luogo hanno smesso di pescare. L’attività che si svolge adesso è quella di rovistare tra i rifiuti qualcosa che potrebbe essere venduto o scambiato con cibo.
Poi ci lamentiamo quando la natura risponde a questo scempio con terremoti, uragani, allagamenti… Questa risposta è soltanto una piccola dimostrazione di ciò che ci aspetta se continuiamo ad agire in questo modo.

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